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Il riscatto e il monito della Storia

Notizie Locali

Una ridente fascia di territorio a nord di S. Lucia, baciata dal sole di levante fino al ponente, attraversata nei secoli scorsi dalla via Maggiore che da Nocera conduceva a Salerno per le alture di Cava, Sant’Anna all’Oliveto è stata da sempre una zona caratterizzata da colture autoctone di uve e olive, da cui appunto deriva l’attributo.

Molto operosi gli abitanti, capaci fin dai tempi antichi di conciliare il lavoro fuori casa con quello agricolo a conduzione familiare, in gran parte affidato alle donne e agli anziani. Dalla terra hanno ricavato ogni ben di Dio: patate e grano d’inverno, olio e vino d’estate, prodotti che hanno reso famoso questo posto come il vino del monte Caruso ricavato dalle uve strepparossa e piedepalumbo. Altre prelibatezze di più ridotta entità arricchiscono il paniere del contadino: frutta fresca e secca, fagioli, miele e pane casereccio trasformato in croccanti freselle: “ i Vascuotti “. Non mancano insaccati gustosi ricavati da carne di maiali nutriti ancora da alimenti naturali come le ghiande, le mele, le castagne e il granturco. Tutto questo da anni viene presentato al pubblico nella “vetrina” della Rassegna Gastronomica che si tiene ogni anno alla fine di agosto da quasi trent’anni.

Il riscatto e il monito della Storia

Giustappunto arriva la delibera comunale n. 223 del 13.09.2018 che eleva questa località a 17esima frazione di Cava de’ Tirreni. La cerimonia ufficiale si è tenuta sabato 22 settembre 2018 nella Chiesa della Parrocchia in occasione dell’apertura della Missione Popolare alla presenza dell’Arcivescovo Orazio Soricelli e del Sindaco Vincenzo Servalli con la partecipazione di un numeroso pubblico, perlopiù femminile. In tale occasione è stata consegnata al parroco don Alessandro Buono copia della Delibera e sono state benedette le targhe stradali d’inizio e fine frazione. Una bella pagina di Storia è stata scritta e impressa negli occhi e nel cuore di chi ha avuto l’occasione di viverla.

Io c’ero e vi assicuro che è stato un momento molto coinvolgente, molto emozionante, perché tutte le volte che una persona indossa il tricolore, indipendentemente dalla sua identità e colore politico, lei rappresenta valori inestimabili che fanno rabbrividire. Eppure qualcuno ha preferito la partita a bocce, o peggio ancora se è rimasto prigioniero della sua stessa idea politica. Che cosa racconteranno un domani ai loro figli o nipoti quando chiederanno loro: papà, nonno tu c’eri? Dovranno rispondere: Sì!... Ma!... Non ricordo!... Solo allora si renderanno conto di aver fatto una grande confusione e di aver generato altrettanta delusione. Storia e politica non sono la stessa cosa! La politica indica il turno di servizio nella cabina di comando della società e ogni turno ha il suo colore che rappresenta una parte. La storia, invece, segna il cambiamento che vale per tutti, se ne scrive una pagina che rimane indelebile per le future generazioni.

Il riscatto e il monito della Storia

Fortunati coloro che hanno avuto l’occasione di poterla godere, a meno che questa occasione non l’hanno sprecata stupidamente. Oggi, finalmente, gli abitanti di questa bellissima area guadagnano la propria identità e diventano ufficialmente “Santannesi”, lasciandosi alle spalle non solo un glorioso passato ma anche qualche boccone amaro comprensibilmente mal digerito. C’era una volta “ ‘u cafone da’ vie ‘e coppe “ ( il cafone della via superiore, la via Maggiore già citata). Un appellativo che i Luciani del centro facevano pesare ai loro confratelli, additandoli come chi doveva sopportare le fatiche più logoranti della vita, considerandoli in un certo senso come destinati a una classe più povera e quasi da sfruttamento.

Il riscatto e il monito della Storia

Effettivamente gli abitanti della zona alta lavoravano sodo, concedendosi pochi momenti di riposo, facendo emergere anche abilità specifiche in quelle attività che erano la spina dorsale dell’economia, in particolare le attività boschive e quelle agricole relative alla produzione di grano e vino su cui gravava il dazio come imposta da versare allo Stato.

Ma il termine “cafone” infastidiva molto quando a sproposito veniva usato con dispregio e con velata dose di ironia proiettata a servilismo. Ma non è così, almeno stante un’accreditata scuola di pensiero etimologico secondo il quale l’attributo “cafone” derivi dall’accostamento di due termini di dialetto napoletano: Cca’ fone ( con la fune ), intendendo così quella persona che nella salita del Vomero, usando la fune, aiutava l’asino a tirare il carretto troppo carico. Un mestiere nobile e generoso del genere umano che si affiancava alla solerzia di un animale che spesso finiva schiacciato sotto il peso spropositato.

Il riscatto e il monito della Storia

Viene fuori una figura della società con significato tutt’altro che dispregiativo, purtroppo così spesso usato e abusato per pura ignoranza. In tal modo la Storia presente riscatta il passato di quelle persone che non risultano più essere luciani della zona alta, bensì santannesi indipendenti. E il tempo ormai trascorso pure recita la sua parte cancellando ogni vizio nelle relazioni interpersonali, lasciando a tutti lo spazio per guadagnarsi stima e rispetto. In tal modo noi “miseri mortali della Livella”, siamo consci delle nostre debolezze umane. Perciò sempre più convintamente e con vivo sentimento fraterno, ci rifugiamo sotto il manto delle nostre Sante Patrone e gridiamo tutti assieme, a squarciagola:

Evviva Santa Lucia! Evviva Sant’Anna!



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